lunedì, 27 luglio 2009
il blog  "femminismo a sud" segnala la sentenza contro un tifoso :

Il saluto romano è reato

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lunedì, 27 luglio 2009
da L' Unità

Momenti di tensione e fermi la scorsa notte a Massa, dove un gruppo di giovani di estrema sinistra si è scontrato con esponenti di estrema destra, costringendo la polizia a intervenire con forza. L' episodio è avvenuto nell' ambito della «ronda proletaria antifascista», promossa dall' Asp (Associazione solidarietà proletaria) e dalla Federazione toscana del partito dei Carc (Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo) in risposta alla ronda delle «SSS» (Soccorso sociale e sicurezza), associazione fondata dalla destra locale che ha cominciato le iniziative di pattugliamento.

Secondo quanto reso noto dai Carc, la polizia avrebbe fermato tre persone e le avrebbe trattenute in questura. Una quarta, fermata in un primo momento, sarebbe stata rilasciata. La ronda di sinistra ha incontrato in località Partaccia, a Marina di Massa, alcuni simpatizzanti di destra che avrebbero provocato gli aderenti a Asp e Carc. I giovani di sinistra si sono poi allontanati per radunarsi alla Festa della Resistenza in corso nella Pineta Ugo Pisa, alla Partaccia.

Ma poco dopo - sempre secondo quanto riferito dai Carc - i giovani di destra si sono presentati all'ingresso della festa. La tensione è salita, pare che gli esponenti dei due schieramenti politici si siano scontrati, costringendo la polizia a intervenire. Per protestare contro i fermi, questa mattina esponenti dell' Asp e dei Carc hanno bloccato la stazione ferroviaria di Massa per circa due ore, causando pesanti ritardi a 11 treni della linea Genova-Pisa.



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il sito dei CARC 
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giovedì, 23 luglio 2009
da IlManifesto


Angelo d’Orsi
Via Rasella, colpo al revisionismo
Dunque, una sentenza – quella che dà ragione alla figlia di Bentivegna, nella sua causa al quotidiano Il Tempo che aveva definito “massacratori” gli autori dell’attentato di via Rasella – che aiuta a edificare una ormai ineludibile barriera contro le mistificazioni del revisionismo “rovescista”.  Certo, la difesa contro i Pansa, i Vespa e la loro compagnia di giro dovrebbe innanzi tutto venire dalla storiografia, ma ben venga tutto quanto può servire a frenare la libido di costoro che si appaga nell’attività volta a ribaltare la realtà dei fatti, e gettare ignominia sul movimento partigiano. In relazione al principe dei rovistatori della Resistenza – coloro che scavano nel fondo del barile sperando di trovare nefandezze per mostrare, come asseriscono, “l’altra faccia della medaglia”, e quando non le trovano si affidano all’inventiva – ossia il noto Pansa, Giorgio Bocca aveva invocato il divieto di scrivere, o addirittura il carcere. Io sono per la libertà. Ma sono anche per non far passare sotto silenzio scempiaggini e falsità da costoro propinate a un vasto pubblico. Occorre ribattere colpo su colpo: anzi, è tempo di passare al contrattacco.
Costoro, con libracci da 700 mila copie (?), grazie all’occupazione della radio e della televisione e addirittura la trasposizione televisiva o cinematografica dei loro prodotti, hanno creato un senso comune che si può riassumere nei seguenti punti: a) la Resistenza è stato un fattore politicamente e militarmente irrilevante, ininfluente nella caduta del fascismo e nella sua sconfitta; b) i partigiani erano un’infima minoranza della popolazione, e il loro ruolo fu pari a quello dei saloini, gli uni e gli altri, se si vuole, in buona fede, dominati da un credo fanatico, rispetto al quale gli italiani si chiamarono fuori; e ci furono eroi e canaglie tra gli uni e gli altri, equamente ripartiti; anzi, a ben vedere, le canaglie furono più numerose tra i partigiani o sedicenti tali; c) nella Resistenza il Partito comunista esercitò non solo un’egemonia politica, ma un ferreo dominio militare, eliminando senza pietà chi non era allineato, salvo nel dopoguerra “appropriarsi” del suo significato per autolegittimarsi come forza politica democratica; d) questa “verità” storica è stata per decenni “negata” dall’occhiuta egemonia gramscian-togliattiana, e ancora oggi sono numerosi gli storici “di parte” che per viltà o per fedeltà alla linea (?), continuano a ripeterla, mentre finalmente sono arrivati sulla scena gli Zorro vendicatori, che ci raccontano la storia “negata”, “nascosta”, “sequestrata”.
Questo insieme di argomenti, reiterati e sparsi su ogni centimetro dell’etere internautico, oltre che sui media, sta permeando la mentalità degli italiani, sta diventando, appunto, senso comune. E contro questa operazione, che ha superato da tempo i limiti della decenza (come per esempio col cambiamento proposto da Berlusconi di derubricare il 25 Aprile da festa della Liberazione, a festa della Libiertà o col disegno di legge, ora accantonato, di equiparazione tra partigiani e repubblichini), si deve reagire. Storiograficamente, in primis, e culturalmente, in generale; ma anche giudiziariamente, e politicamente. Una volta si ripeteva: “Vigilanza democratica” e “Mobilitazione antifascista”. E se rispolverassimo queste parole d’ordine, dando loro un senso nuovo, che la cupezza dei tempi rende urgente?
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giovedì, 23 luglio 2009
da L'Unità

I partigiani che, il 23 marzo 1944 condussero l'attacco di via Rasella nei confronti dei soldati nazisti occupanti non furono dei «massacratori di civili», ma compirono una «legittima azione di guerra» contro il nemico occupante. Chi li ha definit così, in un articolo pubblicato sul quotidiano Il Tempo, ha commesso diffamazione. Così ha ristabilito la Cassazione accogliendo la richiesta di risarcimento danni morali avanzata nei confronti di un quotidiano da Elena Bentivegna , figlia della gappista Carla Capponi e di Rosario Bentivegna che parteciparono all'azione di via Rasella.

La Cassazione - con la sentenza 16916 - ha contestato la decisione con la quale la Corte d'appello di Roma, nel 2004, aveva respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata da Carla Capponi nei confronti del quotidiano «Il Tempo». Il giornale aveva definito «massacratori di civili» i partigiani del commando di via Rasella , ritenendo legittimo l'uso di un simile termine in quanto quell'azione era «un gesto certamente violento, per sua natura finalizzato a cagionare orribile morte a una molteplicità di persone: si trattava di un inutile massacro».

Ma i giudici di Piazza Cavour hanno ordinato alla Corte d'appello di rivedere il suo giudizio in quanto si tratta di un'affermazione «lesiva della dignità e dell'onore dei destinatari» mossa dall'intento di «accostare l'atto di guerra compiuto dai partigiani all'eccidio di connazionali inermi», scrive con riferimento alla strage delle Fosse Ardeatine, ovvero al massacro per rappresaglia, dopo l'attentato di via Rasella, di 335 persone, ebrei, partigiani, antifascisti, reclusi di Regina Coeli e prigionieri di via Tasso, vittime dei rastrellamenti, trucidati senza pietà nelle cave di pozzolana sulla via Ardeatina.
22 luglio 2009
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lunedì, 13 luglio 2009
da ilManifesto

Saverio Ferrari
Le camicie verdi
Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l’On. Domenico Gramazio della direzione nazionale di Alleanza nazionale così commentò la notizia: “Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l’allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell’Msi”.
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L’assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all’interno del “Bottegone”. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell’occasione Mario Gionfrida, detto “er gatto” (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.
Tornando al 1996, il 15 settembre Umberto Bossi dichiarava l’indipendenza della Padania, minacciando il ricorso a vie non democratiche. Il 22 settembre, come filiazione delle Camicie verdi, decideva anche di istituire la Guardia nazionale Padana, suddivisa in cinquanta compagnie e dedita all’“esercizio del tiro a segno come motivo di aggregazione sociale”.  Erano gli anni in cui ai magistrati ricordava che “Una pallottola costa solo 300 lire”. L’ex senatore Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega, solo qualche anno fa in un’intervista a Claudio Lazzaro che stava appunto girando “Camicie verdi”, un film-documentario uscito nel 2006, raccontò come lo stesso Bossi lo avesse istigato a organizzare manifestazioni eclatanti, ben più del semplice bruciare il tricolore nelle piazze. “Bossi mi chiamò all’una e mezza di notte” – ribadì Marchini – “mi disse di sparare ai carabinieri, che le Camicie verdi dovevano essere pronte a sparare”. Seguirà a fine gennaio 1998 la richiesta di rinvio a giudizio del procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia per tutta la dirigenza della Lega e una ventina di Camicie verdi. I reati: attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato,  oltre a formazione di associazione militare a fini politici. Un processo mai fatto.
Sarà forse un caso, ma la camicia verde come uniforme fu anche adottata in Europa nel secolo scorso da alcuni dei principali movimenti fascisti. Tra loro, le Croci frecciate ungheresi, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy, un ufficiale ultranazionalista. Lo stemma ricordava la bandiera nazista: un cerchio bianco, su sfondo rosso, con all’interno al posto della svastica due frecce disposte a forma di croce. Strutturate come  un ordine religioso  invocavano la benedizione del cielo per la loro crociata “contro gli ebrei e i bolscevichi”. Alleati dei nazisti, costituirono nell’ottobre del 1944 un governo fantoccio in Ungheria sotto la guida di Szalasy, autoproclamatosi “Reggente della nazione”, deportando migliaia di ebrei nei campi di sterminio. Almeno 15 mila, invece, secondo gli storici, gli ebrei direttamente massacrati in quei mesi dalle Croci frecciate a Budapest.
Assai simile all'esperienza ungherese fu la Guardia di ferro rumena, movimento fanatico e antisemita fondato nel 1927 da Cornelius Zelea Codreanu. Nel gennaio del 1941, in un tentativo di colpo di Stato, le bande paramilitari della Guardia di ferro, con tanto di camicia verde, fecero irruzione al quartiere ebraico incendiando case e sinagoghe. Al termine trascinarono al mattatoio comunale centinaia di sventurati. Molti di loro furono sgozzati, simulando una cerimonia kosher, altri decapitati. I corpi furono successivamente appesi ai ganci da macellaio. “Li avevano scorticati vivi a giudicare dalla quantità di sangue”, riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania. Tra loro anche una bambina di cinque anni appesa per i piedi.
Movimenti fascisti a sfondo mistico-religioso che percorsero l’Europa, come furono anche i Verdinazo (Vereinigung dienst national-solidaristen) o Associazione dei solidaristi fiamminghi, fondata negli anni Venti da Joris van Severen, il cui progetto era di riunificare il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e le Fiandre francesi, riportando la ruota della storia al tempo dell’impero di Carlo V. Dotata di milizie con camicia verde, originò anche un corpo parapoliziesco che collaborò con i nazisti. Storie terribili e lontane, chissà se conosciute dai dirigenti leghisti.
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sabato, 04 luglio 2009
tratto da Umanità Nova


"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.  
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.  
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i  lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

 
[Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912 - Fonte: Rainews 24]
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mercoledì, 01 luglio 2009
dal sito di SinistraDemocratica

di Moni Ovadia



La stampa e i media nazionali ed internazionali negli ultimi tempi ospitano un crescente numero di articoli servizi e inchieste sulla rinascita virulenta dei movimenti fascisti e neonazisti in tutta l’Europa e in particolare nei Paesi del cosiddetto ex blocco sovietico. Questi movimenti sono in costante aumento. La loro attività si è spostata dal campo della propaganda e dell’azione intimidatoria a quello della violenza fisica. Alcune sere fa RaiNews24 ha trasmesso un impressionante reportage sui movimenti neonazisti in Russia, con un corredo raggelante di filmati amatoriali che mostravano brutali pestaggi di stranieri, soprattutto dalla pelle scura. Le conseguenze di queste azioni violente sono agghiaccianti: 108 morti in un solo anno. Nel Paese governato da Wladimir Putin le reazioni della magistratura a questo orrore sono blande e i delinquenti neri per i loro ripugnanti crimini si vedono comminate pene miti.
Anche nei paesi dell’Unione Europea c’è una crescita allarmante dei partiti della destra antisemita razzista e xenofoba e anche qui la reazione è indignata a parole ma rinunciataria nei fatti. Si tende a sottostimare il fenomeno rubricandolo nei costi sociali della crisi, o a sottovalutarlo per opportunismo, viltà o quieto vivere. È un atteggiamento miope e grandemente colpevole considerando l’apocalisse dell’orrore che il nostro continente ha conosciuto solo sessant’anni fa. Il nazifascismo, la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo non sono mai folclore o unicamente disagio sociale, sono forze oscure che si annidano nelle viscere dell’animo e della società e finiscono per scatenare tsunami di violenza e di sangue. È ora che le forze sinceramente democratiche facciano sorgere una nuova consapevolezza antifascista. Ricordiamo il monito di Primo Levi: se è stato può ritornare.
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